Oggi, più che parlare di cosa “fanno” i veri local, vi voglio raccontare di cosa “pensano” prendendo spunto da un episodio che mi è successo a Kyoto, il quale, a modo suo, mi ha riempito il cuore di gioia e soddisfazione.

Il nostro gruppo di indomiti avventurieri si era diviso: una parte era impegnato in un piccolo tour di Yokohama, l’altro, composto da me e Alberto, era intento in un’ impegnativa scoperta di Kyoto.

Avevamo deciso di passare la mattinata a percorrere il cosiddetto “sentiero del filosofo”, una piccola stradina che costeggia un ruscello, completamente invasa dal silenzio e tranquillità. Il pomeriggio invece, immersi nel bosco di bamboo ad Arashiyama, con il vento che faceva risuonare gli alberi. Un’esperienza davvero suggestiva.

Dopo questo bellissimo mini-tour, mentre aspettavamo sulla banchina il treno per tornare in hotel, chiacchierando di quanto la giornata ci avesse soddisfatto, si avvicina a noi un simpatico vecchietto nipponico che, con una serenità sconfortante, ci sussurra: “Siete italiani?”.

Non saprei spiegare esattamente la mia reazione. Ero tra il pietrificato e lo sbalordito.

Per chi non lo sapesse, i giapponesi sono poco avvezzi all’apprendimento di lingue straniere e i pochissimi che intraprendono questo percorso molto spesso scelgono l’inglese. Potete quindi capire la mia sorpresa.

Iniziamo un’interessante chiacchierata che prosegue anche sul treno di ritorno. In realtà il simpatico insegnante (lavorava infatti in una scuola), per usare un eufemismo, l’italiano non è che lo sapesse proprio bene e quindi, per farsi comprendere, utilizzava un idioma misto italiano-spagnolo-francese-inglese. Ma si faceva capire, eccome.

Ci racconta che le poche nozioni di lingua italiana che possiede derivano dal suo studio della musica e soprattutto dell’Opera, di cui è molto appassionato. Ci delizia anche di una breve esibizione canora che ci lascia davvero divertiti. Inizia poi a tessere le lodi del nostro paese, a cui è davvero legato e che avrebbe voluto visitare meglio durante la sua vita.

Rimango sempre sorpreso dell’ammirazione che i giapponesi nutrono verso il  nostro paese. Spero davvero che non si ricredano mai.

La parte di racconto che ha più catturato la mia attenzione tuttavia è stata la digressione su come le nuove generazioni in Giappone stiano profondamente mutando. Rispetto ai loro predecessori, i giovani Giapponesi di oggi sono molto meno aperti e partecipano meno alla vita sociale, culturale e politica del paese. Mentre in passato, e continuava il suo racconto, si era quasi obbligati a investire parte del proprio tempo per il bene collettivo, oggi i giapponesi sono molto influenzati dalla cultura occidentale (ahimè aggiungo io) abbandonando quindi le antiche usanze. Come è piccolo il mondo!

Il racconto, nella suo complesso, mi ha fatto molto riflettere. Viaggiando, inevitabilmente, vediamo ed analizziamo tutto ciò che ci circonda da turisti e siamo quindi portati a fare nostre solo le cose positive. La realtà è spesso diversa da quello che vediamo e i racconti delle persone del posto possono aiutarci ad aprire gli occhi.

Non riusciamo a smettere di parlare ma arriviamo a destinazione e dobbiamo purtroppo salutare il “nonnetto” (come in Giappone chiamano spesso le persone anziane) che ci sorride e ci saluta con un caloroso “Ciao, arrivederci!”

E poi mi chiedono perché ami così tanto il Giappone…